giovedì 17 febbraio 2011

Così, scrivo a caldo, dopo aver ricevuto la notizia di un avvenimento accaduto ad un giovane che stimo

Nella email che leggo è riportata la questione che il giovane sta affrontando. Si tratta di un accordo per rilevare quote di un'azienda, l'azienda per la quale sta lavorando; passo difficile e delicato.
La decisione è importante, cambia parte della vita, il rischio è evidente, ma si può affrontare.
E' un giovane pratico, senza fronzoli nella testa, crede nelle sue capacità tecniche, crede in se stesso e nei “suoi” uomini. La trattativa è nella fase di preparazione quindi, non si sa ancora se la proposta verrà accettata. Che vada a buon fine è il mio augurio, ma, se dovesse, per varie ragioni naufragare, rimane, a mio parere, una grande conquista. La conquista di una scelta, la conquista di un atteggiamento mentale proteso alla ricerca di ciò che attrae, la conquista di assunzione del rischio. Non è poco! Da un desiderio, al fatto! Non è poco! In questi giorni, mentre si prepara il piano di proposta, al giovane, muore il nonno. Un nonno che ha lasciato un'impronta nel giovane, un nonno d'esempio. Il giovane sicuramente ha accusato il colpo, ma è successo qualcosa di più importante.
Il giovane, descrivendo il nonno, ha raccontato chi era e cosa aveva fatto. Posso assicurare che quel nonno aveva le “palle”. Quel nonno adesso non c'è più, ma resta il valore che ha trasmesso al nipote. Riporto la parte finale della email che ho ricevuto, leggetela e tirate le vostre conclusioni. Il potere dell'esempio!!

...credo che ciò (la morte del nonno) mi abbia ulteriormente convinto a fare questo passo; come posso accontentarmi io se avevo un nonno simile, che andava oltre i preconcetti e ai falsi limiti, oltretutto a 90 anni?!

lunedì 24 gennaio 2011

Così giovani, poverini, non era meglio se andavano in un centro commerciale a scaldare i pavimenti e mangiare le patatine?

Eppure, ci sono giovani che possono fare anche questo!

Un gruppo di ragazzi, età 13/14/15anni, li portate fuori casa, stanno assieme per la colazione, pranzo, cena e pernotto. Dimenticavo, il gruppo è misto ragazzi e ragazze della stessa età.

Come si muovono? Provate a pensare!

OK? Visto il film che vi passa davanti?

Bene, adesso seguitemi nel film tratto da una storia vera, quella che ho vissuto in prima persona.

Arriva una telefonata che chiude un accordo già sviluppato in precedenza.

“Ciao, va che i ragazzi arrivano da te venerdì pomeriggio sul tardi!” Bene, rispondo, li aspetto!

Attorno alle ore 19.30 arrivano accompagnati dai loro animatori.

Scheda tecnica animatori:

Lei, giovane ragazza, dotata di calma, non ha mai alzato la voce con decibel da incubo. Con eccezione di questa caratteristica che non è da poco, vedo normale la sua presenza per questa attività.

Lui, signore sui 50 anni, giù di lì. Preciso l'età perché credo ci sia da fare una riflessione. Simpatico, diretto, carico di volontà.

Riflessione sul nostro cinquantenne.

A cinquant’anni, i pensieri e le azioni possono essere: penso solo a me, mi diverto con la famigliola in un centro commerciale, insegno ed elargisco consigli da seduto senza troppi sbattimenti, guardo la tv nel calduccio di casa e tanto altro. Il nostro cinquantenne si è cuccato del freddo, ha lavorato e gestito dei giovani con adrenalina sempre in flusso e batterie sempre full. Perché? Perché crede in qualcosa, perché persone così sono esempi che valgono più delle parole. Perché i giovani riflettono, capiscono di più per quello che vedono che per quello che sentono. Abbiamo bisogno di esempi reali di vita più che di parole e insegnamenti vomitati da persone che, dell'indolenza, ne sono paladini. Troppi consiglieri, vogliamo azioni da condottiero! Il nostro cinquantenne è uno OK.

Poi ci sono i ragazzi.

Vi ricordate l'età?

Bene, colazione con riassetto cucina e lavaggio delle stoviglie. Sistemazione delle camere con, sottoforma di gioco, ispezione tipo militare. Le ragazze, simpatiche e carine, al momento mi hanno preoccupato, non gridavano: “Forse hanno male alla gola, il freddo!” Poi ho capito, sono ragazze con una visione diversa da consueto. Non avevano la tipica voce da gallina che impazza nel pollaio e i ragazzi, notoriamente più agitati, non diventavano galli.

In sala formazione discutevano, scrivevano, consideravano, generavano idee, lavoravano. Ma cosa serve tutto questo? Perché questi giovanissimi sono coinvolti in questioni del genere? Perché organizzare per questi giovani dei weekend del genere? In merito a queste domande non presento il mio pensiero. Sò, intimamente, quanto è importante e utile “fare queste cose”. Perchè allora si vedono giovani annoiati che trascinano i piedi con il pantalone a metà chiappa? Cari genitori, cari educatori, cari insegnati, siete così sicuri che i giovani non hanno voglia di fare niente?

Ristorante pieno di gente, i giovanissimi seduti, ridevano e parlavano tra loro, educazione con divertimento. In altri tavoli, alcuni adulti, già traditi dei fumi dell'alcol, davano prova di chi fossero. Il peggio è che questi “adulti” dicono che i giovani non hanno valore. Come è strano il mondo!

Adesso mi rivolgo a loro, ai giovanissimi, so che leggeranno quanto ho scritto.

Ragazzi, non prendete il mio pensiero come un giudizio e non pensate di essere bravi e addormentarvi sugli allori, siete all'inizio, all'inizio di un cammino che, se continuerete, vi aprirà scenari importanti. La testa, la vostra testa, se ben allenata, vi renderà diversi, quella diversità riservata alla persone importanti e utili, le quali avranno responsabilità anche nel sociale. Non fate che gli altri coetanei, forse meno fortunati, guidino le vostre scelte. Godetevi questi momenti di preparazione morale, alla lunga portano solo vantaggi. La differenza non è esteriore. La differenza nasce da dentro e quando esce e si manifesta, non ce né per nessuno.

Buon Lavoro!

Il vostro Generale! :)

lunedì 6 dicembre 2010

Potenziali espressi

L'antefatto
Conosco un prete e i suoi ragazzi. Condivido con loro alcuni momenti di riflessione, argomenti tosti analizzati da varie angolature. Temi trattati da “seduti” quindi condivisi a livello teorico, lo sforzo, per praticare ciò che si è condiviso, non è ancora entrato in scena.

Normale!

Il fatto
Sono invitato ad uno spettacolo organizzato proprio da quei ragazzi. Il prete, nel porgermi invito, aggiunge: “Guarda che i miei ragazzi hanno lavorato bene!”.
Conoscendoli non avevo dubbi, ma nella mia povera testa, con ancora tanti spazi legati a preconcetti, mi sono sparato un film mentale. Avete presente i ragazzi dell'oratorio, in cerchio, che suonano la chitarra e si dicono che stanno bene insieme e tutti si vogliono bene? Perfetto, se qualcuno la pensa così fa parte del mio gruppo, “cervelli leggermente anchilosati”, senza offesa.
Torno all'invito.
Accetto per motivi di simpatia che provo per questo gruppo e per motivi legati anche al tipo di lavoro che svolgo, avere dati, capire il teorico discusso da “seduti” e verificarne l'effetto pratico.
Le rappresentazioni teatrali in sé, non mi hanno mai fatto sballare.
Ore 21 presente.
Il teatro, pur avendo un'entrata che agevola il flusso di gente, è congestionato, sono nella calca.
Entro, con gli occhi cerco i ragazzi e le ragazze attori del momento, sono nel retro, si stanno preparando.
Il mio tasso d’emozione comincia a salire, mi intrufolo nel retro. Eccoli! L'agitazione, l'apprensione sono le prime cose che si respirano. Ci salutiamo e ci scambiamo una serie di battute per esorcizzare il momento. Sono già pronti, vestiti e truccati, sono bellissimi.
Inizia lo spettacolo.
Le scosse al mio cervello si susseguono, scenografia e costumi curati anche nel dettaglio, musica live, voci, coro di supporto e luci armonizzavano il palco. “Ma questi non sono professionisti” mi sono detto mentalmente per sole due volte. Alla terza volta mi sono detto: sono più che professionisti.
Perché?
Perché erano guidati dalla determinazione, determinati a fare bene, entusiasti, si calavano nei personaggi che rappresentavano con aderenza, in quel momento erano il personaggio che recitavano.
Cantavano, ballavano e si muovevano con disinvoltura davanti ad un teatro in piena. Si erano preparati, avevano lavorato, ci credevano. Il palco trasudava di passione, forza. Avevano un obiettivo, far star bene il pubblico che aveva riposto in loro fiducia. Obiettivo raggiunto. Tutti inchiodati alle poltrone, le mani si battevano con frequenza. Che spettacolo! Seduto e basito, mi ripetevo: “Vai raga, state facendo, state praticando quello che, da “seduti”, vi ho sentito dire. State facendo! Boom!”
Volevate dare un esempio di lavoro di squadra? Fatto! Volevate far capire che con l'impegno si possono fare tante buone e utili cose? Fatto! Volevate far capire che siete capaci di cantare in cerchio con la chitarra e tanto di più? Fatto! Non continuo con l'elenco anche ce ne sarebbe per scrivere un testo a parte.
Avete fatto un gran lavoro.
Parole e intenzioni che prendono forma, è questa la caratteristica delle persone attive. Persone che non si limitano al parlare, ma si attivano per l'agire. Merce rara.
Sono trascorsi quasi tre giorni e ci sto pensando. Ringrazio tutti i ragazzi e le ragazze che mi hanno ricaricato e mi hanno fatto ricordare che si può, sì, si può fare!
Questi giovani, non professionisti, ora hanno un problema. Una questione da risolvere, hanno alzato la loro asticella di performance e non possono più abbassarla. Non si torna indietro, si va in avanti nella ricerca del meglio. Ciao ragazzi dateci dentro, la ricerca del meglio non è esasperazione, è dare espressione ai propri talenti.
Aveva ragione quando quello strano prete mi ha detto: “Guarda che i miei ragazzi hanno lavorato bene!”

venerdì 19 novembre 2010

La perfezione

Giovedì 18 novembre 2010 alle 22.00, mi congedo da un gruppo di lavoro. Ho finito una serie di incontri formativi e informativi. Tutto normale, salgo in macchina e penso.
E' un gruppo che svolge un lavoro importante, operano nella sanità. Tutti i giorni devono dare supporto a persone che hanno bisogni legati alla salute. Salute, grande cosa. Stare bene, grande cosa.
Un gruppo affiatato e collaborativo che ha ben chiaro cosa e come devono fare. Con loro abbiamo affrontato vari argomenti, uno di questi, la ricerca della perfezione.
Perché la ricerca della perfezione? Perché è un atteggiamento naturale e già insito nell'uomo. Non si potrà mai raggiungere la perfezione ma, inseguendola, esigendo la sua realizzazione, naturalmente si migliorano più stati mentali e si affinano le capacità. Non deve essere esasperazione al successo, termine usato con mille interpretazioni personali, la perfezione è rendere utile e completa l'azione intrapresa. Presenti e attenti a ciò che si fa. Operando in questo modo si va in avanti, si migliora senza neanche accorgersi. Voler rendere perfetto significa esternare tutto ciò che è dentro di noi, con fatti, azioni e non propositi verbali o dichiarazioni di intenti che non trovano la via della pratica reale. Difficile, molto difficile, ma si può.
Salutando questo gruppo di giovani con “occhio acceso”, li ho richiamati alle loro qualità.
“Non è un corso che vi rende migliori, non è il relatore che è stato più o meno bravo nell'esposizione, siete voi. Siete voi che, dalle parole spese, trarrete le conclusioni e deciderete in merito. Sarete voi con i vostri talenti e difetti che vi impegnerete per rendere il vostro lavoro un lavoro perfetto. E' solo una grande e unica opportunità!”
Questo gruppo, con occhio acceso, non solo lavora per procurarsi un salario, lavora per dare reale fiducia a chi, in un determinato momento, ha veramente bisogno, … non è così facile.

giovedì 4 novembre 2010

Penso -agisco- penso- agisco

Siamo, chi più chi meno, sempre in corsa. Frenesia fasulla o reale, siamo in movimento anche quando si passano ore in coda sulle strade. Ci agitiamo e occupiamo la nostra mente con una moltitudine di pensieri a volte, anche positivi, ma sempre con la massima velocità. Nel libro di Michael Ende, La storia infinita, c'è una frase che affiora nella testa quando penso all'agitazione dell'animo:
“Bastiano era già passato per un'infinità di porte e di stanze esagonali. Ogni decisione che prendeva lo conduceva a prendere la successiva, che a sua volta portava con se un'altra decisione. Ma tutte queste decisioni non mutavano nulla nel fatto che egli si trovava ancor sempre nel Tempio delle Mille Porte, e anche che ci sarebbe rimasto. Mentre proseguiva così da una porta all'altra, cominciò a riflettere sull'utilità del suo modo di agire. Il suo desiderio era infatti basato a condurlo nel labirinto, ma evidentemente non era sufficiente a fargli trovare la strada per uscirne. Aveva desiderato di trovarsi in compagnia ma solo ora si rendeva conto che il suo desiderio era vago; in realtà non aveva desiderato nulla di preciso”.

Può capitare di ritrovarsi in labirinti del genere; allora?
Basta fermarsi e pensare sull'utilità del proprio modo di agire. Detto così è semplice, nella pratica la faccenda si complica. Perché? Perché fermarsi, pensare, rimanere in silenzio ed entrare in contatto con se stessi può far paura. Ho notato che molte persone non sopportano l'idea di stare soli e pensare. Hanno un atteggiamento di resistenza, ma poi, una volta sperimentato, si accorgono quando è gratificante entrare in se stessi.
E' un'esperienza che tonifica, rilassa, ricarica. Incontro persone che ricercano un momento per fermare la giostra. Due anni fa, proprio per soddisfare questa necessità, abbiamo organizzato un soggiorno presso IterFormo intitolato “IL Silenzio”. Da quella volta si sono ripetute 4 edizioni.
Il luogo e la struttura si prestano molto bene per questi eventi. Così anche quest'anno nel periodo invernale, ci si ritrova nel silenzio, nel ritmo calmo che cadenza le attività organizzate per i due giorni. Un sapore strano tra vita monastica e ribollir di idee. Da provare! Vi aspetto!